In una mattinata di fine primavera, calda e luminosa, attraversiamo i filari ordinati della Franciacorta per salire fino a Ome, piccolo comune collinare in provincia di Brescia. È qui che Giuseppe Bergomi vive e lavora, in una casa immersa nel verde, sospesa tra natura e arte. Ad accoglierci sono lui e Alma, sua moglie. Entriamo nel loro mondo fiancheggiando un giardino che somiglia a un’opera viva che attraverseremo più tardi: cipressi, aceri giapponesi, faggi, rose in fioritura, un piccolo stagno punteggiato dalle prime ninfee, bambù neri e una moltitudine di piante che raccontano una storia. Non solo quella della natura, ma anche quella di chi, con pazienza e amore, le ha piantate, curate, vissute. È un paesaggio che parla di memoria, di ricordi condivisi, di tempo che si sedimenta nelle cose. Un luogo che è insieme rifugio, studio, museo personale. Giuseppe ci viene incontro, ci invita a entrare, ci presenta Alma, e insieme ci offrono un caffè. Senza preamboli, incantate e subito catturate da Colazione a letto, che troneggia nella stanza, iniziamo a parlare. Di arte, di spazio, di materia, di tempo e di vita.


Parlare con Giuseppe Bergomi è un’esperienza che ti cattura lentamente. Il suo modo di ragionare, di osservare il mondo, di trovare parole, è affascinante. Classe 1953, originario di Brescia, è considerato una delle voci più profonde e originali dell’arte italiana contemporanea. Dopo gli studi all’Accademia di Brera, inizia il suo percorso come pittore iperrealista, ma è con la scultura che trova la sua vera lingua espressiva: un linguaggio fatto di materia, silenzio e presenza. Le sue opere, spesso in terracotta o bronzo, indagano la figura umana come luogo di memoria e verità, intrecciando quotidianità e archetipi, intimità e tempo.
Nel corso della sua carriera ha esposto in sedi istituzionali in Italia e all’estero, partecipando alla Biennale di Venezia, alla Quadriennale d’Arte di Roma e a numerose mostre personali e collettive. Le sue sculture si trovano in collezioni pubbliche e private, da Milano a Nagoya, da Monte Carlo alla Sicilia.
Dalla pittura alla scultura: la nascita di un proprio linguaggio
“È nato tutto per disagio. Un problema interiore da risolvere”. Così Giuseppe Bergomi descrive il momento in cui ha capito che la scultura sarebbe diventata il suo linguaggio. Dopo una formazione pittorica, si accorge che la pittura, così com’era andata evolvendosi nel suo percorso, non gli basta più. Le immagini che derivava dalla fotografia, per quanto tecnicamente riuscite, non gli restituivano quella profondità e quella verità che cercava. “L’immagine fotografica, bella o brutta che fosse, aveva sempre un suo linguaggio coerente. Il mio dipinto che ne derivava, purtroppo no. Mi sembrava sempre che mancasse qualcosa”.
La svolta arriva quasi per caso, durante una visita alla mostra Réalismes 1919–1939 al Centre Pompidou. Tra i tanti dipinti che lo colpiscono e da cui spera di trovare nuovi stimoli e un suggerimento per un nuovo percorso, sono invece due piccole sculture in terracotta policroma a indicarglielo: Il ritratto della moglie di Otto Gutfreund e Ragazza con assenzio di Bedřich Stefan, due importanti scultori cecoslovacchi di quegli anni.
È in quel momento che immagina uno dei suoi dipinti di grandi dimensioni trasformato in scultura. Torna così a Brescia, compra della creta e chiede aiuto a un amico scultore, Tullio Cattaneo. “Volevo uscire, grazie alla scultura, dal condizionamento della fotografia, per tornare, dopo una breve pausa, alla pittura. E invece non ho smesso più”.
Non si è mai considerato uno scultore “accademico”. Il suo percorso nasce dall’urgenza di dare forma a un’intuizione, di rendere visibile ciò che resta normalmente sospeso, invisibile, trattenuto. Alla base c’è il disegno, come capacità di vedere e di capire la realtà. Ma è nella materia tridimensionale che tutto prende corpo: la mole, il peso, il tempo.

La figura umana e la quotidianità come linguaggio dell’anima
Il corpo umano, per Bergomi, è “un libro infinito”. Non va raccontato, ma ascoltato. Non è mai provocatorio, né idealizzato: è una forma di silenzio che parla, un’apparizione che condensa storia, tempo e intimità. Non a caso, molte delle sue opere nascono da momenti quotidiani, semplici, familiari. Come nel caso di Colazione a letto, una delle sculture più intime della sua produzione recente: un grande letto in terracotta su cui sono ritratti l’artista, la moglie, una delle due figlie e le nipoti. Una scena domestica, colta nell’attimo in cui “non succede nulla”, ma proprio per questo universale.
È in questi gesti minimi che si inserisce la sua riflessione sul tempo: non quello storico o cronologico, ma quello interiore, vissuto, trattenuto. Ogni figura, anche nella quiete, sembra custodire una tensione. Non guarda lo spettatore, non si offre a un racconto. Semplicemente, esiste.
“Le mie sculture non vogliono spiegare niente. Vogliono esserci.”
Nessun messaggio da imporre, nessuna istruzione per l’uso: sarà lo sguardo di chi osserva, con il proprio vissuto e ciò che ama, a costruirne il significato. Ed è in questo “esserci” che si rivela la sua idea di verità: una presenza silenziosa che non si impone, ma resta.


Materia e scelte: ogni opera ha il suo corpo
“Ogni scultura ha il suo materiale”. Bronzo o terracotta non sono mai scelte decorative, ma intrinseche al significato. L’artista non parte mai dal materiale: è l’opera che lo chiama. Se un’opera nasce dalla fragilità, dalla vita domestica, dalla presenza quotidiana, come Colazione a letto, allora non può che essere in terracotta. “Farla in bronzo o marmo sarebbe stato mentire. Solo il cotto poteva dirla com’era”. Non è solo una questione tattile: è il linguaggio stesso dell’opera che cambia a seconda della materia. Il bronzo porta solennità, durevolezza, distanza. Il cotto, invece, trattiene la fragilità, la sorpresa del gesto, la precarietà del tempo.
Eppure, nonostante le difficoltà tecniche, il ritiro della terra, la cottura a rischio, le fragilità strutturali, Bergomi continua a scegliere questa materia. Lo fa consapevolmente, come chi accetta che un’opera abbia una sola forma possibile. Perché, in fondo, anche la materia, come il corpo, ha un’anima. E va rispettata.
Lo spazio
Per Bergomi, il luogo non è mai un pretesto decorativo. Anzi, spesso non è nemmeno il punto di partenza. “Difficilmente è lo spazio a far nascere l’opera”, ci ha spiegato. “Piuttosto, quando devi pensare a qualcosa per un contesto specifico, inizi a formulare un progetto che nasce da un incontro: tra ciò che desideri fare e ciò che il luogo può accogliere”.
Lo spazio, tuttavia, resta “l’elemento prioritario della scultura”. Un’opera va collocata, dice, “in uno spazio, in una luce”. Questa consapevolezza si è radicata in lui in occasione del suo primo monumento pubblico, realizzato per il Giappone: un’esperienza che lo ha portato a riflettere sul rapporto tra scultura e architettura. “Per far dialogare figure umane con architetture monumentali,” racconta, “ho dovuto immaginare strutture capaci di contenere lo spazio, di costruirlo. Solo così potevo accogliere figure anche piccole, alte appena 60 cm, senza che si perdessero”. A questa dimensione esterna si affianca quella interiore: la scultura, per Bergomi, non è solo collocata in uno spazio, ma può diventare essa stessa spazio, richiedendo un ascolto più intimo, più raccolto. È lo “spazio della riflessione”, quello che mette in dialogo l’opera con la percezione personale di chi la guarda.

Arte diffusa sulla costa toscana
Dal 10 luglio al 3 novembre, Giuseppe Bergomi sarà protagonista della mostra Arte diffusa sulla costa toscana, un progetto espositivo a cielo aperto che coinvolge i borghi di Bolgheri, Castagneto Carducci e Casale Marittimo. Curata da Paola Maria Formenti, l’iniziativa mette in dialogo arte e territorio. Tra le opere esposte, tre sono state realizzate appositamente per l’occasione: opere site-specific pensate per risuonare con lo spazio che li accoglie. Non una semplice collocazione, ma un vero e proprio ascolto del contesto, architettonico, paesaggistico, simbolico, che guida e orienta la presenza dell’opera. Una riflessione che ben si inserisce nella poetica di Bergomi, dove nulla è imposto e ogni gesto nasce da una relazione profonda con lo spazio e con chi lo attraversa.


Una delle domande più profonde che ci siamo posti riguarda il legame tra le sue sculture e il paesaggio della Costa degli Etruschi. Le forme arcaiche, il senso del tempo, il richiamo costante alla figura umana ci facevano pensare a un’affinità quasi naturale tra il suo lavoro e questo territorio. La risposta di Bergomi è arrivata chiara: se è vero che alcune opere, come il grande letto in terracotta, evocano un’estetica etruscheggiante, che richiama il Sarcofago degli Sposi conservato al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, è altrettanto vero che la sua spinta creativa nasce altrove.
“La quotidianità è molto più invadente del passato. Ma il quotidiano lo leggi attraverso ciò che ami. E quindi, anche attraverso la memoria del passato.”
Ed è proprio qui che si apre la distanza più profonda con l’arte etrusca: se quest’ultima nasceva per celebrare la morte, per accompagnare l’aldilà, le opere di Bergomi sembrano fare il contrario. Non fissano l’eterno nel distacco, ma nella vita stessa. Nella possibilità, concreta, tangibile, di rendere duraturi i gesti più effimeri, gli affetti più intimi, le presenze quotidiane. È in questo scambio tra presente e memoria, tra intimità e paesaggio, che le sue sculture trovano il loro posto. Non per celebrare la storia, ma per abitarla con discrezione.
